Roma ritrovata. Una mostra a Firenze e un Opusculum cinquecentesco

Roma ritrovata. Una mostra a Firenze e un Opusculum cinquecentesco

Roma. Che la si ami o la si detesti - sì, qualcuno c'è che proprio non la sopporta - non può lasciare indifferenti.

Il suo fascino, per molti eterno ed immortale, è al centro di una mostra alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, visitabile fino prossimo al 15 ottobre: Roma ritrovata. L'ennesima esposizione dedicata alle antichità dell'Urbe: ce n'era proprio bisogno? Sì, e non solo perché ancora queste vestigia incollano col naso all'insù milioni di visitatori ogni anno, ma anche perché i modi e i frangenti in cui, nel corso dei secoli, monumenti e resti archeologici sono stati scoperti, studiati, riprodotti, interpretati, descritti, raccontati – e purtroppo saccheggiati – sono essi stessi parte del nostro patrimonio. Narrano un modo di guardare al passato, denunciano un approccio culturale, tradiscono un pensiero filosofico, rivelano una sensibilità critica e storiografica.

Basti pensare alla lettura che ne diede un artista come Giovanni Battista Piranesi, oggetto proprio di un approfondimento sui nostri Blog PrPh e Philobiblon.


In tutto ciò gioca un ruolo fondamentale la metodologia con cui la topografia della Roma antica è stata, fin dal XII secolo, ‘tradotta' ad uso dei pellegrini e dei viaggiatori, partendo da quei Mirabilia Urbis Romae che – già nel nome - chiariscono il sentimento dominante di coloro che entravano in contatto con i vetusti monumenti. Meraviglia. Si aggiungevano senza dubbio fascinazione, stupore, desiderio, in una commistione di sogno e leggenda, di mito e realtà, a partire dalla fondazione da parte di Romolo e Remo, allattati dalla Lupa. Dalla metà del XV secolo, con gli studi degli umanisti, un rinnovato senso critico e una sempre più accurata perizia filologica iniziano a pervadere anche le descrizioni delle rovine. Le fonti classiche diventano punti di riferimento, la terminologia si affina, l'esame delle strutture fisiche diventa centrale, l'interesse per le testimonianze epigrafiche cresce e la toponomastica si arricchisce, accostando le denominazioni antiche sia a quelle medievali che alle moderne. La Descriptio Urbis Roma di Leon Battista Alberti (1450) e il De varietate fortunae di Poggio Bracciolini (1443-1448) segnano in questo senso il passo di una nuova e diversa stagione nel ‘racconto' della topografia della Roma del passato.

Lo evidenza la mostra fiorentina, che titola l'intera sezione iniziale proprio La topografia di Roma tra XV e XVI secolo e lì fa menzione di un volume stampato a Roma nel 1510 da Giacomo Mazzocchi, il cui autore dimostra di conoscere bene i suddetti stimati precedenti. Nel titolo sembra riecheggiare ancora il concetto medievale di meraviglia, ma nella sostanza l'opera si configura come la prima vera guida moderna della Città Eterna, forse l'unica a potersi etichettare veramente come Rinascimentale, ispirata da quegli stessi principi che animarono il rinnovamento delle arti e del pensiero. Si tratta dell'Opusculum de mirabilis novae et veteris urbis Romae di Francesco Albertini, di cui siamo orgogliosi di offrire un esemplare nel più recente dei cataloghi Philobiblon, Italian Books III.

Nell'Opusculum la volontà di superare i limiti aneddotici e il mix di verità e leggenda propri della tradizione dei Mirabilia è evidente già guardando alla committenza. Fu il Cardinale Galeotto Franciotti Della Rovere a chiedere al sacerdote e antiquario fiorentino Francesco Albertini di redigere l'opera, correggendo quanto era stato scritto in precedenza perché - come si legge nella dedicatoria - imperfecta fabularumque nugis plena. Quale intento poteva animare il Cardinale nipote di papa Giulio II - patrono di artisti come Bramante, Michelangelo e Raffaello che incarna il rinnovamento politico, edilizio e artistico della Roma primocinquecentesca – se non quello di voltare pagina rispetto a ciò che l'Urbe era stata negli ‘anni bui', esaltandone la bellezza e la monumentalità antiche alla luce di uno splendore e una grandezza ritrovati per merito della famiglia Della Rovere.

Alla base dell'Opusculum c'è non solo una ricognizione della città su basi scientifiche, ma una innovativa narrazione topografica che in una recente lettura critica è stata battezzata con un neologismo: bibliotopografia. Secondo questa suggestiva interpretazione il volume di Albertini, seguendo quanto già tracciato dall'Alberti nella sua Descriptio, anche nella sua fisicità tipografica, oltre che nel contenuto, restituisce una ideale conformazione urbanistica della Roma antica, con il Capitolium quale centro geografico che diventa, nel libro, fulcro fisico del racconto, della composizione dei fascicoli, dell'organizzazione dei caratteri. Un lavoro intellettualmente raffinato, guidato da criteri matematici, portato avanti grazie alla stretta collaborazione con le maestranze attive in stamperia, la cui cosciente scientificità sarebbe dimostrata dal fatto di mantenersi tale anche nelle edizioni successive dell'Opusculum – impresse nel 1515, nel 1519 e nel 1520 – in cui variano sì il numero di carte e delle illustrazioni, senza che venga intaccata la ‘posizione' del capitolo sul Campidoglio, umbilicus urbis, esattamente a metà del volume.

Ma Albertini fa di più, rispondendo alla volontà dei suoi protettori e committenti. Restituisce – con una nuova sensibilità storica e una diversa prospettiva - una Roma vetus intesa quasi come prefigurazione di quella moderna. L'antichità di Roma – al centro dei primi due libri dei tre in cui il testo è suddiviso - sembra essere elogiata e celebrata nella misura in cui la sua ‘missione', il suo ultimo proposito, diventa quello di essere superata dalla Roma attuale. Quella voluta dai Della Rovere. In questa profonda trasformazione della percezione del passato rispetto al presente, riflesso della presa di coscienza da parte dei contemporanei di vivere un'età riconosciuta come ‘moderna' rispetto ad una ‘antica' e conclusa, giocò un ruolo importante la figura dell'antiquario di Palestrina Andrea Fulvio, responsabile dell'epigramma che si legge sul frontespizio dell'Opusculum. Si tratta dello stesso personaggio che coadiuvò e affiancò Raffaello nell'esplorazione delle rovine romane, in quella ricognizione utile a definire nel 1519 – nella famosa lettera del pittore urbinate a Leone X - i primi criteri moderni di salvaguardia del patrimonio artistico.

Il frontespizio dell'opera di Albertini racconta anche altro, a partire da quel privilegio che papa Giulio II volle concedere all'autore e all'editore Mazzocchi a protezione di un testo che poteva essere letto da tutti, ma non altrettanto liberamente ripreso né tantomeno riprodotto. Come a metterlo sotto la sua ‘protezione', per rivendicare - tra le righe – la proprietà ‘ fisica' della città descritta da Albertini. Una Roma plasmata dal pontefice Della Rovere, la Roma moderna descritta nel terzo libro dell'Opusculum. Separando questa Roma nova dalla Roma prisca restituita nei primi due libri, l'autore si intesta un altro primato, quello di una bipartizione che diventerà canonica non solo nelle guide successive, ma anche nelle rappresentazioni della città, fossero esse mappe o vedute.

Tre sono gli aspetti che, di questa descrizione albertiniana dell'Urbe d'inizio XVI secolo, risultano particolarmente curiosi anche per il lettore che ancora oggi ne scorre le pagine. Albertini offre infatti la prima menzione in assoluto, a stampa, di Michelangelo Buonarroti e nello specifico ne ricorda il capolavoro più emblematico, anche questo qui nominato per la prima volta: la volta della Cappella Sistina, cui l'artista sta lavorando decorandola ‘pulcherrimis picturis & auro'. La seconda peculiarità riguarda la descrizione della Biblioteca Vaticana, una delle primissime giunte fino a noi, che fotografa i tesori librari papali ben prima dello storico spostamento di fine XVI secolo e ha permesso di chiarire molto punti riguardo la collocazione originaria delle collezioni dei vari pontefici, inclusa quella privata di Giulio II. Albertini inserisce la trattazione della libraria vaticana in un capitolo del terzo libro dedicato alle Bibliothecae novae (cc. Z1v–Z3) accanto a quella di un altro celebre ‘tempio dei libri' romano, la libraria Laurenziana, che Giovanni de' Medici – futuro papa Leone X – aveva nel 1508 trasferito da Firenze a Roma collocandola nel palazzo di famiglia presso Sant'Eustachio. Un orgoglioso omaggio di Albertini alla sua Firenze, una testimonianza quasi cronacistica e in tempo reale della nascita di una biblioteca e un interessante racconto di come gli eredi di Lorenzo il Magnifico avessero creato, anche nella città dei papi, uno spazio di studio aperto al pubblico, accogliendo dotti, artisti, studiosi e letterati.

Con questi brevi, ma significativi passaggi dedicati alla biblioteche nuove, dopo che nel secondo libro aveva già trattato di quelle antiche (bibliothecae priscae, cc. N2v–N3v) in chiave archeologico-antiquaria, il sacerdote fiorentino scrive una pagina importante in un settore di ricerca come quello della storia delle biblioteche. Il suo lavoro offrirà una base all'approfondimento di studiosi successivi, dal già citato Andrea Fulvio a Bartolomeo Marliano fino ad Andrea Palladio, che nelle Antichità di Roma del 1554 riproduce in maniera ridotta la prima parte del testo dell'Opusculum. Ancora una volta questo volumetto mostra un elemento di assoluta novità e di trasformazione della sensibilità storica, riconoscendo nelle biblioteche un'istituzione fondativa della comune cultura ‘europea', avviando l'elaborazione intellettuale di un settore di indagine autonomo nel campo degli studi antiquari e trasmettendo testimonianze dirette e dettagliate capaci di innescare riflessioni e accrescere la conoscenza.

La terza nota di colore, capace di solleticare anche i meno bibliofili, è sicuramente un'altra prima menzione: quella del navigatore e cartografo fiorentino Amerigo Vespucci (1454-1512) che per primo – nei suoi viaggi tra la fine del XV e il primo Cinquecento- ‘scoprì nuove isole e terre sconosciute'.

L'Opusculum de mirabilis novae et veteris urbis Romae va perciò senza dubbio considerato come una tappa cruciale in quel lungo percorso di conoscenza e riscoperta della Roma antica, un viaggio tortuoso che neppure ai giorni nostri possiamo dire concluso. Perché Roma sembra sì farsi sempre più ritrovare, ma mai completamente - e fino in fondo - svelare.

R. Weiss, Andrea Fulvio antiquario romano (c. 1470-1527), "Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Lettere, Storia e Filosofia", s. II, 28 (1959), pp. 1-44; L. Schudt, Le guide di Roma: Ludwig Schudt e la sua bibliografia. Lettura critica e catalogo ragionato di Alberto Caldana, Roma 2003, pp. 155-156; D. Baldi, Biblioteche antiche e nuove nel De mirabilibus urbis di Francesco Albertini, “Roma nel Rinascimento", 2010, pp. 199-240; C. Bianca, Da Firenze a Roma: Francesco Albertini, "Letteratura & Arte," 2011 (9), pp. 59–70; V. Plahte Tschudi, Two Sixteenth-Century Guidebooks and the Bibliotopography of Rome, in Rome and The Guidebook Tradition. From the Middle Ages to the 20th Century, ed. by A. Blennow and S. Fogelberg Rota, Berlin-New York 2019, pp. 89-114.

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