La Mensa Isiaca di Lorenzo Pignoria: agli albori dell'Egittologia

La Mensa Isiaca di Lorenzo Pignoria: agli albori dell'Egittologia

Nel 2022 si celebra il bicentenario di un'eccezionale scoperta storica: la decifrazione da parte di Jean-François Champollion (1790-1832) del sistema grafico degli antichi Egizi, i geroglifici. La BnF ha dedicato un'interessante mostra a questo brillante studioso, universalmente considerato, non certo a torto, il padre dell'egittologia. Questa affascinante disciplina affonda però le sue radici ben più indietro dell'anno 1822, quando il 32enne Champollion svelò la sua interpretazione degli antichi caratteri egizi. Lo dimostra bene un volume del XVII secolo, che siamo orgogliosi di avere nel nostro catalogo e qui presentare attraverso un approfondimento di Julia Stimac. Si tratta di una terza edizione - forse la migliore - di un trattato dello studioso, collezionista, antiquario e filologo padovano Lorenzo Pignoria (1571-1631): Mensa Isiaca, qua sacrorum apud Aegyptios ratio & simulacra subjectis tabulis aeneis simul exhibentur & explicantur (Amsterdam, Andreas Fries, 1669; leggi la scheda completa).

La Mensa Isiaca o Tavola di Iside è una tavoletta di bronzo grande e piuttosto elaborata - decorata con intarsi in smalto, rame e niello - raffigurante scene di culto proprie della cultura egizia che comprendono le figure di Iside (al centro), Osiride, Thoth, Apis e di altre divinità. Si ritiene sia stata rinvenuta tra le rovine del Tempio di Iside dopo il Sacco di Roma, nel 1525 o nel 1527, e a seguito dell'acquisizione da parte del cardinale Pietro Bembo, celebre studioso umanista, divenne nota anche come Tabula Bembina. Alla sua morte, nel 1547, l'oggetto passò al figlio Torquato (1525-1595). Acquistata successivamente dai Gonzaga, rimase nelle loro collezioni fino alla presa di Mantova, nel 1630, per passare poi nelle mani del cardinale Pava. Lui la donò al duca di Savoia, che a sua volta ne fece omaggio al re di Sardegna. Nel 1797 la tavoletta fu portata a Parigi dalle truppe francesi e nel 1809 – come attesta Alexandre Lenoir – fu esposta alla Bibliothèque Nationale. Successivamente tornò a Torino, dove ancora oggi è conservata all'interno del Museo Egizio.

La Tavola fu un oggetto pieno di fascino per molti studiosi del Rinascimento e appare negli studi di personaggi famosi come Kircher, Montfaucon, Jablonski e Caylus, ma è stato l'umanista Lorenzo Pignoria il primo a fornirne un resoconto dettagliato in un volume che costituisce la prima opera accademica sull'egittologia, apparso per la prima volta a Venezia nel 1605 con il titolo Vetustissimae tabulae aeneae sacris Aegyptiorum.

L'intero trattato di Pignoria si fonda sull'oggetto fisico costituito da questa tavoletta bronzea, i cui geroglifici egli considerava incomprensibili. Una valutazione corretta, a quanto pare, perchè essi sono effettivamente privi di senso, sebbene ciò sia stato pienamente attestato solo dopo il 1822, quando Jean-François Champollion decifrò il sistema grafico egizio usando la stele di Rosetta, ritrovata dalle truppe di Napoleone nel 1799. Pignoria fu attento ad evitare interpretazioni simboliche o allegoriche - tendenza all'epoca dominante nelle indagini sugli antichi oggetti di culto - è così illustrava al lettore il suo approccio: "Spiegherò le immagini di questa tavola, non allegoricamente, ma, al meglio delle mie capacità, seguendo fedelmente le antiche narrazioni [ad veterum narrationum fidem]. Perché io, più di chiunque altro, odio quelle interpretazioni eccessive e solitamente irrilevanti di questo tipo di materiale, che i platonici, allontanandosi dall'insegnamento del loro maestro, hanno imposto per sostenere le loro favole vacillanti. E ho pensato che fosse meglio confessare la mia ignoranza piuttosto che infastidire il mio dotto lettore".

Il filologo padovano si affidava quindi di preferenza a ciò che poteva osservare direttamente guardando e studiando oggetto, rispetto a ciò che potevano suggerire fonti come testi classici, iscrizioni, amuleti, gemme scolpite, monete e statuette. Un approccio basato sempre sulla cautela, considerando singole figure e porzioni della raffiguazione, piuttosto che mirato offrire ad ogni costo un'interpretazione olistica del significato complessivo della tabella. Pignoria era sì disposto ad azzardare un'interpretazione dei simboli della tavola, ma - come ha acutamente osservato Stolzenberg (Egyptian Oedipus. Athanasius Kircher and the Secrets of the Antiquity, Chicago-London 2013) - le sue identificazioni dei singoli personaggi erano esplicitamente e volontariamente provvisorie, nè tentò in alcun modo di spiegare come si relazionassero semanticamente tra loro. La sua prudenza e il suo studio dettagliato delle fonti materiali, insieme al suo dotto background culturale, si rivelarono decisamente fruttuosi: contrariamente alla credenza ampiamente diffusa all'epoca secondo cui la Tavola era una reliquia mistica risalente all'alba della creazione, Pignoria concluse che si trattava di un manufatto romano del periodo augusteo. Ciò è ancora perfettamente in linea con le attuali valutazioni, che collocano la realizzazione della Tavola a Roma, nel I secolo d.C.

L'origine e il significato della Mensa Isiaca sono ancora oggetto di dibattito, anche se la spiegazione di Pignoria si è rivelata a lungo la più semplice e convincente: una rappresentazione di cerimonie sacrificali secondo i riti egizi. Sebbene le scene siano proprie del mondo egizio, anche gli studiosi moderni concordano sul fatto che la Tavola sia stato prodotta nella Roma Imperiale, probabilmente per un uso all'interno del Tempio di Iside. Nel XVIII secolo, tuttavia, essa era diventata uno dei più famosi manufatti egizi conosciuti, al centro di una miriade di teorie interpretattive misticamente 'piegate' alle diverse esigenze degli studiosi. Il gesuita Athanasius Kircher, per esempio, la utilizzò come fonte primaria per decifrare i geroglifici nel suo Oedypus Aegyptiacus (1652/55), volume che includeva un'illustrazione basata su quelle incluse nell'opera di Pignoria. In contrasto però con l'enfasi di Pignoria sulla Tavola come oggetto archeologico, Kircher costruì un 'racconto' che forniva una comprensione allegorica dei geroglifici, identificando l'Egitto - e tutto ciò che rientrava in quel contesto - come fonte di antica saggezza mistica o occulta.

Data la dipendenza di Pignoria dai dettagli visivi, le illustrazioni erano fondamentali per il suo lavoro. La popolarità del reperto aveva cominciato a diffondersi fin dal 1559, dopo che l'incisore parmense Enea Vico (1523-1567) ne aveva pubblicato una grande incisione da lui stesso realizzata ex Torq. Bembi musaeo. L'illustrazione di Vico era in scala, avendo presumibilmente ricalcato la Tavola vera e propria. Concesso un privilegio di dieci anni, l'incisione era apparsa - senza altre informazioni storiche - con il titolo Vetustissimae Tabulae Aeneae e costituì la base per le successive illustrazioni di Giovanni Franco, incluse (non in modo metodico) nella prima pubblicazione monografica del testo Pignoria nel 1605.

Nel 1600 Franco aveva copiato le tavole in scala ridotta e le aveva vendute come collezione di 12 stampe, 11 tavole pieghevoli che insieme compongono l'intera Tavola di Iside, più un frontespizio. Le tavole furono incluse in numero variabile, variamente assemblate e piegate, in una manciata di copie - probabilmente versioni di lusso - della prima edizione pubblicata dallo stesso Franco nel 1605. L'impressione comprendeva anche illustrazioni nel testo e cinque tavole supplementari di antichità, principalmente gemme,. Una seconda edizione del lavoro di Pignoria, intrapresa da Johann Theodor e Israel de Bry, apparve a Francoforte nel 1608, con un'illustrazione leggermente più grande della Tavola.

Fu solo nell'edizione del 1669, tuttavia, che il testo di Pignoria poté essere considerato nel suo massimo splendore.

Il padovano era ormai morto, deceduto a causa della peste il 13 giugno 1631, dopo una carriera sicuramente troppo breve, ma ricca e diversificata, in grado di lasciare un'importante e influente eredità umanistica. Ritornato a Padova dopo il soggiorno romano nei primi anni del 1600, Pignoria era diventato parroco di San Lorenzo. Tramite Galileo Galilei gli venne offerta la cattedra di lettere a Pisa, ma lui rifiutò l'incarico per dedicarsi ai suoi studi, che si rivelarono numerosi e di ampio respiro. Tra i suoi lavori si annoverano edizioni commentate dei più importanti libri di stemmi (come gli Emblemata di Alciati), interpretazioni di affreschi romani e testi sulle divinità del Messico, del Giappone e dell'India, con i quali estese efficacemente la mitografia del XVI secolo oltre il contesto europeo. Le sue opere, caratterizzata sempre da un'angolazione empirista, cosituirono un'importante alternativa alle narrazioni classiche e standardizzate allora in circolazione. Nel 1625 vide la luce L'Antenore, dedicata al mitico fondatore di Padova la cui tomba si trovava nella chiesa di cui Pignoria era parroco, e nel 1630 ottenne l'ufficio canonico a Treviso. Fu anche un grande collezionista, la cui collezione comprendeva dipinti, ritratti, iscrizioni, monete, medaglie, strumenti antichi, pesi, fibule, lucerne, amuleti e chiavi, e aveva un museo ampiamente ammirato.

Pignoria era quindi il candidato perfetto per il progetto editoriale di un certo Andreas Frisius (o Fries; 1630-1675), libraio e tipografo belga le cui prime stampe apparvero nel 1664.

La prima marca tipografica di Frisius ben sintetizza gli obiettivi principali della sua attività come stampatore, basati sul recupero di informazioni dal passato. Sotto una figura nell'atto di maneggiare una serie di libri di grandi dimensioni, che segue tipologicamente quella di Mosè, si legge la frase "Optimi consultores mortui", cioè "I migliori consiglieri sono (i) morti". Frisius, che si dedicò alla pubblicazione di libri dotti e accademici, riteneva importante per il mondo moderno recuperare informazioni dal mondo romano ed era particolarmente interessato a ristampare opere di umanisti, in particolare di autori italiani, ma sempre in latino. Ecco poiché scelse di riproporre il testo di Pignoria. Frisius si avvicinò a questo tipo di pubblicazioni ponendo l'accento e mirando ad un eccezionale grado di accuratezza, compiendo grandi sforzi anche per includere un ricco apparato di illustrazioni. Le incisioni a piena pagina e le numerose vignette nell'edizione del 1669 dell'opera di Pignoria non fanno eccezione: Frisius vi riprodusse le rarissime illustrazioni xilografiche della prima edizione che, come noto, generalmente non comparivano insieme al testo, e aggiunse anche un meraviglioso frontespizio inciso dal celebre Abraham Blotelingh (più comunemente Blooteling; 1640-1690).

Altre numerose illustrazioni si trovano a corredo degli importanti testi che Frisius ha scelto di inserire dopo l'opera originale dedicata alla Tavola di Iside: un indice con i commenti agli antichi amuleti di Kircher e Jean Chifflet; il Magnae Deum matris Idaeae di Pignoria, introdotto da un frontespizio separato e rivolto al culto romano della dea Cibele e del dio Attis; una descrizione della mano di bronzo usata nel culto di Cecrope scritta da Giacopo Filippo Tomasini (1597-1654); e il De vita, museo et bibliotheca Pignorii di Tomasini (1669/1670), dedicato all'opera e alla biblioteca di Pignoria.

Questa terza edizione offre quindi un sostanziale incremento, rispetto alla prima e alla seconda edizione della Mensa Isiaca di Pignoria, sia in termini di informazione testuale che visiva. Presentando il testo in questo modo, Frisius fu in grado di integrare i già considerevoli punti di forza dell'opera original, così da trasmettere efficacemente il proprio significato a una nuova generazione di studiosi e appassionati, ampliando notevolmente la capacità del lettore di comprendere e apprezzare l'attento lavoro di Pignoria, contestualizzandolo all'interno del campo ormai in crescita degli studi di egittologia.

Brunet, IV, 653; Graesse V, 290; Caillet 8681; Blackmer 1312; Gay 1567; Ibrahim-Hilmy II, 119; Philobiblon, One Thousand Years of Bibliophily, no. 213; H. Whitehouse, Documentary Culture: Florence and Rome from Grand-Duke Ferdinand I to Pope Alexander, Bologna 1992; D. Stolzenberg, Egyptian Oedipus. Athanasius Kircher and the Secrets of the Antiquity, Chicago-London 2013; M. Buora, “Pignoria, Lorenzo”, Dizionario Biografico degli Italiani 83 (2015); I. Maclean, Episodes in the Life of the Early Modern Learned Book, Boston 2020, in particolare il capitolo 5 “Andreas Frisius (Fries) of Amsterdam and the Search for a Niche Market, 1664–1675”.

Libera traduzione italiana del post originale di Julia Stimac dell'11 novembre 2020, consultabile QUI

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